Diario di viaggio di Anna Manicone, volontaria di Varese, dal “campo libero” organizzato da Coop Lombardia, Libera e Libera Terra a Castelvetrano.
Nella giornata di giovedì il gruppo ha visitato il Giardino della memoria, luogo tristemente noto dove è stato segregato e ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo, ora memoriale di tutti i bambini innocenti vittime di mafie.
A seguire, un emozionante incontro a Portella della Ginestra e la visita alla bottega “dei sapori e dei saperi della legalità” a Palermo.

Sentite il tono di voce di Chiara di Libere Essenze? Questa è la rabbia di chi come lei vuole “sbatterci” in faccia la verità delle crudeltà di cui la mafia è stata capace di fare. Siamo al Giardino della memoria, un mausoleo che a stento siamo riusciti a fotografare… perché ci sembrava di violare la sacralità di questo luogo. Qui è stato segregato per 180 giorni il piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido senza aver commesso nulla. Solo per essere stato figlio di un collaboratore di giustizia e di aver raccontato tutto il sistema mafioso gravitante alla figura di Brusca. Difficilmente dimenticheremo le lacrime, la voce rotta di noi tutti, i pugni allo stomaco provati a vedere il bunker, a leggere collettivamente la testimonianza di uno dei pentiti -Giuseppe Chiodo- esecutore di questa indicibile crudeltà. “Un luogo che da luogo di morte deve diventare di vita”. E noi accogliamo la richiesta dei ragazzi di Libera: faremo vivere da oggi più che mai la memoria di questo angelo innocente con i nostri racconti, con i nostri occhi. 

Nel pomeriggio i volontari sono stati accompagnati a Piana degli Albanesi, per ascoltare la testimonianza di Serafino:

Un uomo molto distinto, abbronzato e con una dose doppia di fazzoletti di carta, conscio forse che la commozione a ricordare quei momenti sarebbe stata molta. Si presenta così Serafino, superstite della strage di Portella della Ginestra, intricato e ancora irrisolto caso della storia della Sicilia. Siamo stati alla Piana degli Albanesi: di fronte la vetta detta “La cometa”, alle nostre spalle l’altopiano “La pizzuta”, appostamento degli esecutori della strage. Quel 1 maggio del 1947 c’era un banchetto en plein air, uno dei pochi momenti in cui i contadini del posto si riunivano per mangiare insieme. Ricorda con grande commozione quanto da giovane abbia sofferto la fame e quanto fossero preziosi quei momenti collettivi. “La biro, la cultura è il più potente strumento che può combattere la mafia”. E noi non possiamo che fare tesoro di questo racconto e pensare alle 12 vittime -per la maggior parte giovanissime ed innocenti. 

Per essere aggiornati in tempo reale seguite il blog della giornalista Adelia Brigo su Varesenews.

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