Campi E!state Liberi a San Giuseppe Jato: dal 2 all’8 settembre 2019

Dal 2 all’8 settembre un nuovo gruppo di dipendenti e soci volontari di Coop Lombardia è volato in Sicilia, a San Giuseppe Jato, per vivere l’esperienza dei campi di impegno e formazione organizzati dalla nostra cooperativa all’interno del progetto E!state Liberi sulle terre liberate dalle mafie.

Il nostro Valter Molinaro ci racconta com’è andata:

Dopo un tragitto su strade sconnesse e paesaggi che alternavano campi arsi dal sole e campagna rigogliosa, lunedì 2 settembre siamo arrivati a San Giuseppe Jato.
L’accoglienza è stata calda e fraterna, abbiamo pranzato insieme a Francesco, Presidente della cooperativa Libera Terra Placido Rizzotto, Angelo, che ci accompagnerà nei campi e Vita, che ci garantirà pranzi e cene indimenticabili.
Dopo aver preso confidenza con la villetta rurale in contrada Dammusi che ci ospiterà questa settimana, un bene confiscato alla famiglia Brusca e gestito dalla cooperativa Placido Rizzotto, abbiamo incontrato Antonina Azoti, una donna minuta che ci ha raccontato la vicenda umana e sociale del padre Nicolò, ucciso dalla mafia il 21 dicembre 1946.
Nicolò Azoti dirigente sindacale della CGIL era impegnato nella difesa dei diritti dei contadini e, insieme ad altre decine di sindacalisti, venne ucciso dalla mafia. Nessuno dei sindacalisti uccisi ha mai ottenuto giustizia!
La storia di Nicolò si dipana nel racconto di Antonina, era bambina quando il padre venne ucciso segnando indelebilmente la sua vita e quella della sua famiglia. Per anni si è chiesta perché il padre fosse stato ucciso, fino a quando, nella terribile stagione delle stragi di mafia, durante una manifestazione per ricordare Giovanni Falcone prese coraggio, salì sul palco e con parole semplici richiamò l’attenzione sulla storia delle vittime di mafia dimenticate, e in particolare sulla strage dei dirigenti sindacali avvenuta alla fine degli anni ’40 in Sicilia, strage che ha cambiato il corso della storia di questa regione e dell’Italia.
La forza e la determinazione di Antonina nascono dalla necessità di ricordare il sacrificio del padre, e di tutti gli altri sindacalisti che hanno lottato per i diritti, la giustizia sociale e la legalità. La storia gli ha reso giustizia: Antonina ha scritto il libro “Ad alta voce” e ha trasformato la sua sete di giustizia in un racconto che ha la forza di penetrare e incidere sulle coscienze in modo indelebile.

Nei giorni successivi la sveglia è suonata all’alba, per consentirci di arrivare nelle ore più fresche nei vigneti della cooperativa Placido Rizzotto Libera Terra, dove Angelo, uno dei Soci, è stato il nostro mentore agricolo. Un personaggio spumeggiante e arguto, un guascone ironico capace di sintesi folgoranti, generoso motivatore e trascinatore verso il lavoro di spietramento o defogliazione delle vigne. Il lavoro di defogliazione consiste nella diradazione manuale delle foglie della vite intorno ai grappoli d’uva, per migliorare la loro maturazione per la prossima vendemmia.
Un incontro importante di questi giorni è stato quello a Portella della Ginestra, dove abbiamo incontrato l’ultimo testimone della strage di contadini avvenuta nel maggio 1947.
Serafino Petta ha 89 anni, con lucidità ed emozione racconta la sua esperienza: “Eravamo qui per celebrare il 1° maggio, quasi duemila persone. Dopo che il segretario della Camera del Lavoro di San Giuseppe Jato incominciò a parlare si udirono i primi spari; all’inizio credemmo che fossero i botti della festa, ma poi capimmo che non lo erano. Ci fu grande confusione, con gente che fuggiva da ogni parte e che si gettava per terra. Io mi trovavo a una ventina di metri dalla pietra dove c’era il podio per il comizio e accanto a me c’era un ragazzo, Serafino Lascari, che venne colpito e morì”.
Petta nel 1947 aveva sedici anni, il ragazzo che cadde sotto il piombo mafioso accanto a lui ne aveva quindici.

“Prima avevo visto mio padre che era sul podio – aggiunge – e provai a raggiungerlo, ma non lo trovai. Per terra vidi due donne, madre e figlia. La figlia era incinta ed era ferita mentre la madre era morta. Poi mi misi a correre per mettermi in salvo e mi nascosi in una buca. Fummo fortunati e appena fu possibile tornammo a Piana”. Il suo racconto entra dentro di noi con la forza delle pietre che simboleggiano il sacrificio dei caduti i cui nomi sono letti, con la voce di Oliviero, rotta dall’emozione.
Un’altra tappa fondamentale del nostro percorso formativo è stata la visita al Giardino della Memoria, oggi bene confiscato alla mafia, luogo dove fu tenuto in detenzione e ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo.
Insieme anche alla preziosa testimonianza di Antonella Borsellino, questi toccanti momenti danno il senso della memoria e dell’impegno quotidiano per la creazione di un paese più equo e giusto.”

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